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domenica 7 settembre 2003


Protagonisti (Uomini & Istituzioni)

Da Cubrilović a Milosević Pianificazione di un genocidio interrotto



La questione albanese attraverso gli occhi di un intellettuale serbo ammiratore di Hitler. La storia recente ed il confronto con il passato.

di Giovanni Armillotta

Il prossimo anno sarà trascorso un lustro dalla liberazione della Kosova e non ancora si è presa una decisione sull’assetto costituzionale del territorio nell’ambito della comunità degli Stati. Qui cercheremo di rinfrescare la memoria non sulle mostruosità avvenute nell’ultima crisi balcanica di fine XX secolo, bensì porremo l’accento sui suoi aspetti “legali” e premeditati.

Si faceva, e si fa, un gran parlare dei due criminali di guerra serbo-bosniaci: Radovan Karad¸ić, lo psichiatra purificatore e Ratko Mladić, il generale Morte, i due maggiori responsabili delle pulizie etniche dell’ultima guerra balcanica, tuttora oggetto di ricerche-trattative per la loro consegna al tribunale internazionale.

Per oltre mezzo secolo fino ad oggi, in Europa – come se non bastassero assassinii, campi di concentramento, ecatombi sistematiche progettate a tavolino, ed efferatezze di ogni specie – si è sempre taciuto che Karadzić e Mladić non hanno “scritto” nulla di nuovo, ma si sono limitati solamente ad applicare i punti del promemoria L’Espulsione degli Albanesi presentato dall’ultracentenario professore serbo Vasa Cubrilović (sarà ancora vivo?), il 7 marzo 1937 al governo reale jugoslavo. Senz’altro gli allievi hanno superato il maestro, usando quei sistemi contro gente del loro stesso ceppo slavo (bastino per tutti i croati), lasciando a Milo¨ević il compito extra-etnico kosovaro.

Chi è/era Cubrilović? Nato nel 1897: monarchico fino alla caduta del regno (1914-39); nazionalista nel periodo bellico (1939-45); stalinista (1945-48), titoista (1948-80), socialista federativo (1980-1991), miloseviciano (1991-1998): ma sempre incollato alla cattedra dell’Accademia di Jugoslavia. Risparmieremo al lettore l’analisi puntuale del promemoria, per soffermarci, senza commento su alcuni passi emblematici. Però, non prima di riferire che nel capitolo precedente le conclusioni, Cubrilović si ispira direttamente ad Hitler (citandolo per nome), il quale con le Arbeits dients dava – a parer del professore – un istruttivo esempio di lavoro forzato sotto il controllo della forza militare, da adattare agli Albanesi.

Uno dei primi motivi per eliminare gli Albanesi è isolare l’elemento bosniaco-islamico: «Con il trasferimento degli albanesi s’interrompe l’ultimo nesso fra i nostri musulmani della Bosnia, ed anche con il resto del mondo musulmano, [ciò] servirà ad affrettare la loro nazionalizzazione [leggi: eliminazione]». «Se la Germania [di Hitler] si permette di espellere decine di migliaia di ebrei e la Russia [di Stalin] di spostare milioni di uomini da una parte del continente all’altra, è ovvio che il trasferimento di alcune centinaia di migliaia di albanesi non porterà allo scoppio di una guerra mondiale». «Per poter realizzare il trasferimento in massa, condizione imprescindibile è la creazione di un’adeguata psicosi che può essere conseguita in diversi modi, rendere insostenibile la permanenza degli albanesi da noi: infliggere multe e pene detentive; tagliare i boschi; provocare danni provocati alle colture agricole; imporre angherie ed escogitare ogni altro mezzo di cui è capace una polizia sperimentata; non riconoscere la validità dei vecchi titoli di proprietà; licenziare dagli uffici pubblici statali, comunali, privati; maltrattare il clero; distruggere i cimiteri; bisogna riversare una valanga di montenegrini, al fine di provocare nella Metohia massicci conflitti con gli albanesi; si possono sobillare tumulti locali, che saranno repressi spietatamente con i mezzi più efficaci, facendo ricorso non tanto all’esercito quanto ai coloni, alle tribù montenegrine e ai cetnik. C’è anche un altro mezzo, che la Serbia ha efficacemente praticato dopo il 1878, quello cioè di incendiare di nascosto villaggi e quartieri di città albanesi». «Lo Stato deve arrogarsi il diritto illimitato di disporre dei beni mobili ed immobili dei trasferiti e, immediatamente dopo il loro allontanamento, stabilire al loro posto i propri coloni».Inoltre un avvertimento alla minoranza ungherese: «Non meno importante per noi è anche il problema della Vojvodina, soprattutto del triangolo ungherese di Backa, Senta Kulla e Backa-Topola. Smantellare questo triangolo nella Vojvodina è lo stesso come smantellare il blocco albanese intorno al monte ¦ar (La catena montuosa dove si sono nascosti i guerriglierialbanesi dell’UÇK macedone, durante il breve conflitto del 2001, NdR). Dopo la ripartizione dei grandi latifondi, vi rimangono alcune decine di migliaia di braccianti ungheresi, che costituiscono un peso che grava soprattutto sul contadino medio serbo». Infine ricordando alcune osservazioni di Hitler sul problema polacco, Cubrilović afferma: «Dal 1870 al 1914 la Germania ha speso molti miliardi di marchi per colonizzare gradualmente i suoi territori dell’Est, comprando a tal fine le terre ai polacchi. Ma la fecondità delle madri polacche ha avuto il sopravvento sull’organizzazione tedesca e sul suo denaro». Karadzić e Mladić non hanno compiuto gli stessi “errori” del Kaiser, ma attenendosi ai consigli del maestro, hanno eliminato direttamente le madri bosniache, come Milosević si adoperò per i figli delle Albanesi alla vigilia dell’intervento NATO.

In genere si cerca di sorvolarci sopra ma per anni, in Occidente, la Jugoslavia ha fatto tendenza, massime in Italia, nonostante i connazionali giuliani e non, sterminati dalle bande titoiste e cetniche, nonché parte del nostro territorio fagocitato. Era politicamente corretto simpatizzare con il socialismo “autogestito” e qualsiasi cosa provenisse da Belgrado o si facesse a Belgrado, era benvenuta ed auspicabile: una forma “coraggiosa” (leggi: a buon mercato) e apparente di affrancamento da Mosca, da poter ricompensare a tempo debito.

Per questi motivi l’Occidente, con l’appoggio criptato delle opposizioni, ha concesso cinque anni di guerra “gratis”, senza far pressoché nulla finché l’opinione pubblica nel proprio sdegno (grazie ai giornalisti ed ai mezzi d’informazione, trasformatisi nell’occhio della gente comune) non si è sostituita alle diplomazie continentali. Quando si massacravano gli Albanesi in Kosova (44-49, 68, 80-89, 98), o si tentavano manovre per destabilizzare Tirana, se ciò era compiuto contro l’Albania, era giusto ci fossero tanti Èubrilović a predicare la soluzione finale – bastava non farlo sapere troppo in giro. Ma anche in questo caso il lavoro nascosto di tanti colleghi ed operatori dei media ha offerto fuori dei confini kosovari la violenza ed i massacri che hanno reso quella regione il più vasto campo di concentramento del continente dai tempi di Auschwitz.

In definitiva gli Albanesi della Kosova sono stati offerti dall’Occidente alla Jugoslavia-Serbia come compenso per la disponibilità geopolitica resa da Belgrado dal 1948 in poi; mentre l’Albania – dai tempi di Chrushèëv al 1991, in guisa di valvola di sfogo – è servita ad alcuni (vissuti nelle “lacerazioni” del post-stalinismo) ad assicurare gli altri ciò che essi non sarebbero mai diventati, pur sempre col timore che qualche proiettile di rimbalzo sfiorasse Mosca. A proposito di nomenclature filo-sovietiche anche a “madre patria” estintasi da tempo, ricordo anni fa (fra il 1997 e il 2000) ad un convegno internazionale sull’Albania tenutosi in Italia – ed in cui ero stato invitato – l’autorevole collega per poter affermare i progressi sociali ed economici compiuti dall’Albania di Hoxha, dové porre mille fra precisazioni e puntualizzazioni. Leggevo nei suoi occhi il terrore che qualcuno del pubblico fraintendesse i propri studi o, peggio ancora, riferisse in alto su malintese simpatie enveriste dell’illustre ospite. Oggi l’Albania e gli Albanesi – fuori da alleanza militari e politiche – è vero che sono meno isolati di ieri, ma la NATO tentenna, mentre Belgrado continua a raccogliere sostegni e credito e marca la propria influenza all’ONU e in altri consessi.

Ritengo che solo la diplomazia italiana – sin dagli anni 50 unica a preservare l’indipendenza albanese più di quanto non facesse l’URSS di Stalin alleata del regime di Enver – abbia le capacità e gli uomini giusti per risolvere la crisi.


 
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